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Avvocato esperto in successioni

La comunione ereditaria è un istituto che viene in essere nel momento in cui ad una persona sono chiamati a succedere più individui c.d. coeredi. Ad essa sono applicabili i principi sanciti in tema di comunione ordinaria (stante la contitolarità su beni indivisi), tuttavia, a differenza di quest’ultima la comunione ereditaria è composta non da un solo diritto ma da una pluralità di posizioni soggettive (ad esempio, diritti di credito, diritti reali etc…).
Un’ulteriore difformità in capo ai coeredi, rispetto a quanto avviene per i comunisti della comunione ordinaria, è la previsione della prelazione ereditaria (ex art. 732 c.c.) sulla quota che altro condividente voglia alienare, ovvero il diritto del coerede di essere preferito nell’acquisto, qualora un altro coerede voglia alienare a titolo oneroso la propria quota o parte di essa ad un estraneo.
Si sottolinea, in proposito, che l’eventuale vendita in violazione del diritto di prelazione attribuisce agli altri coeredi il diritto di riscattare la quota alienata da chiunque l’abbia acquistata e da ogni successivo avente causa fino al perdurare dello stato di comunione (“retratto successorio” avente carattere reale).
La ratio di tale istituto, come affermato dalla giurisprudenza, consiste nell’impedire l’intromissione di terzi nella comunione ereditaria onde prevenire il rischio di controversie relative alla divisione nella risalente presunzione secondo la quale il coinvolgimento di terzi estranei al nucleo familiare avrebbe reso più concreta la possibilità di contrasto (Cass. Civ. Sez. II, 12 marzo 2010, n. 6142: “La finalità del diritto di prelazione e di retratto, infatti, è quella di assicurare la persistenza e l’eventuale concentrazione della titolarità dei beni comuni in capo ai primi successori, facilitando la formazione delle porzioni ed impedendo che nei rapporti tra coeredi si inseriscano estranei, tali dovendosi ritenere quelli che non sono compartecipi della comunione ereditaria; è pertanto da escludere che l’art. 732 c.c. abbia tra le sue finalità quella di tutelare la famiglia come intesa dai citati parametri costituzionali. (Rigetta, App. Brescia, 28/08/2004)”).
Affinché possa trovare applicazione la prelazione occorre il perfezionamento di tre requisiti: in primis la presenza di una comunione ereditaria fra i coeredi; in secondo luogo, l’intento di alienare una quota o parte di essa a favore di un terzo estraneo alla comunione, difatti, l’istituto non troverebbe applicazione nell’ipotesi di vendita ad un coerede; infine, che tale negozio abbia natura onerosa (in caso di permuta, ad esempio, sarebbe esclusa la prelazione).
Il coerede che intenda alienare la propria quota deve notificare agli altri coeredi la proposta di cessione per iscritto a pena di nullità, in ossequio al disposto dell’art. 1543 c.c., unitamente al prezzo.
In tal modo i compartecipi hanno la possibilità, entro due mesi dall’ultima notifica, di poter esercitare il diritto alla prelazione sulla quota in questione, fatta salva la corresponsione del prezzo.
In assenza di tale notifica ogni altro coerede ha la possibilità di riscattare la quota del terzo acquirente.
A livello processuale il diritto di riscatto si prescrive in dieci anni e si estingue, come affermato dalla giurisprudenza, nel caso in cui venga meno lo stato di comunione che lo legittimava (Cass. civ. Sez. II, 13/09/2004, n. 18351, “Il presupposto per l’esercizio del retratto successorio è la permanenza della comunione ereditaria, il cui scioglimento postula – in linea generale – l’effettuazione delle operazioni divisionali previste dall’ art. 713 c.c. e seguenti. Anche l’accordo con il quale i coeredi hanno provveduto ad assegnarsi la maggior parte dei cespiti ereditari, può essere idoneo ad eliminare lo stato d’indivisione risultante al momento della successione, trasformandosi la comunione che ancora residui sugli immobili ereditari in comunione ordinaria; tuttavia, se dall’accertamento della volontà – riservato all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito – emerga l’intenzione di assegnare i beni in “conto futura divisione”, permane lo stato di comunione ereditaria”).
Ciò posto, si rileva che tale diritto è rinunziabile dai coeredi, ma, secondo la giurisprudenza solo a seguito della notificazione della proposta (Cass. civ. Sez. II, 14/01/1999, n. 310, “Il coerede può rinunciare al diritto di prelazione prima che gli venga notificata la specifica proposta di alienazione della quota con le relative condizioni e cioè prima della “denuntiatio” perchè egli ha tale diritto fin dall’acquisto della qualità di erede; vera rinunzia è quella concernente un generico progetto di alienazione, mentre quella successiva alla notifica è mancato esercizio del diritto di prelazione”).
È opportuno precisare che onde evitare la nullità della ripartizione è necessaria la presenza di tutti i coeredi (trattasi di un esempio calssico di litisconsorzio necessario), ed invero, in caso di scomparsa o assenza di un comunista interverranno alla divisione rispettivamente il curatore ex art 48 c.c. o gli immessi nel possesso ex art. 50 c.c. debitamente autorizzati.
Il diritto alla ripartizione costituisce un diritto potestativo ed imprescrittibile di ogni coerede, tuttavia, sono previste alcune limitazioni come la stipula di un c.d. “patto di indivisione”, ossia un accordo con il quale le parti si impegnano a mantenere la comunione per un tempo prestabilito che, ad ogni modo ed in ossequio al dettato dell’art. 1111, 2° comma, c.c., non può superare il termine di dieci anni.
A tal riguardo la giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di precisare che  il riferimento temporale della norma codicistica testé indicata ed applicata analogicamente anche alle disposizioni testamentarie, trova un limite implicito nella regola dettata dal successivo art. 1112 c.c., secondo il quale non può procedersi allo scioglimento allorquando si tratti di res che, se divise, cesserebbero di servire all’uso cui sono destinate (l’accertamento in fatto sulla concreta divisibilità del bene è comunque devoluto all’esame del giudice di merito) (Cass. Civ. Sez. II, 04 marzo 2011, n. 5261, “In tema di scioglimento della comunione, la disposizione dell’art. 1111, secondo comma, cod. civ.- in base alla quale il patto di rimanere in comunione non può, comunque, avere una durata superiore ai dieci anni – benché sia analogicamente applicabile anche alle disposizioni testamentarie a titolo particolare, trova un limite implicito nella regola dettata dal successivo art. 1112 cod. civ., secondo cui lo scioglimento non può essere chiesto quando si tratta di cose che, se divise, cesserebbero di servire all’uso cui sono destinate; l’accertamento in fatto sulla concreta divisibilità del bene è devoluto all’esame del giudice di merito. (Cassa con rinvio, App. Palermo, 23/09/2004)”).
Vi sono altre ipotesi in cui il diritto dei coeredi incontra un limite: è il caso previsto, ad esempio, dall’art. 713 c.c. il cui disposto subordina la divisione alle volontà del testatore, il quale può disporre, allorquando tutti gli eredi istituiti o alcuni di essi siano minori di età, che la divisione non abbia luogo prima che sia decorso un anno dalla maggiore età dell’ultimo nato,  o ancora, che non si proceda alla ripartizione delle rispettive quote prima di un termine (non superiore ad un quinquennio) dalla morte del de cuius.
Tuttavia, l’autorità giudiziaria può consentire, su istanza di uno o più coeredi e se ricorrono gravi circostanze, che la divisione si effettui senza indugio o a seguito di un termine anche minore rispetto a quello previsto dal testatore in ossequio al combinato disposto degli artt. 713, 4° comma e 717 c.c._
Da ultimo, si segnala un ulteriore impedimento alla divisione previsto dall’art. 715 c.c., il quale prevede che, se fra i chiamati alla successione vi sia un concepito, la suddivisione resti sospesa fino alla nascita del medesimo (parimenti se vi è la pendenza di un giudizio sulla legittimità o sulla filiazione di colui che potenzialmente sarebbe chiamato all’eredità).
Le forme elencate dall’ordinamento per risolvere le questioni insorte fra i coeredi relative alla massa ereditaria sono di tre tipologie.
La prima c.d. contrattuale o amichevole è l’accordo con il quale si giunge allo scioglimento della comunione attraverso l’assegnazione a ciascuno dei compartecipi, di una porzione di valore corrispondente alla rispettiva quota. Come affermato dalla giurisprudenza si tratta di un negozio di divisione, ed invero, tale istituto può avere per oggetto l’intera eredità o una parte soltanto di essa, permanendo, in questa seconda ipotesi, la comunione ereditaria per i beni non divisi senza che la mancanza di una esplicita concorde volontà dei condividenti, in tal senso, possa comportare nullità del negozio divisorio (Corte App. Potenza, 24 ottobre 2007, “Poiché la comunione ereditaria ha ad oggetto non soltanto la comproprietà o contitolarità di diritti ma il complesso dei rapporti attivi e passivi che formavano il patrimonio del “de cuius” al momento della morte, lo scioglimento dello stato di indivisione si verifica soltanto quando da parte dei condividenti siano state effettuate le operazioni previste dagli artt. 713 e segg. c.c., le quali, quando non avvengono in sede giudiziale, ma in sede amichevole (c.d. negozio di divisione), richiedono l’approvazione da parte di tutti i condividenti, rientrando nel contesto del progetto di divisione. In altri termini, è necessario che in ambito consensuale vi sia stata formazione dello stato attivo e passivo, resa dei conti, prelevamenti, collazione, determinazione ed attribuzione delle porzioni (Cass. n. 4224/2007; Cass. n. 9522/2005; Cass. n. 18351/2004)”).
Ed infatti, limitatamente al caso in cui i coeredi procedano alla divisione “amichevole” di alcuni beni della massa ereditaria, il loro consenso unanime di limitare a tali res lo scioglimento e di mantenere lo stato di comunione per gli altri, è in re ipsa, con conseguente applicabilità dell’art. 762 c. c., secondo il quale l’omissione di uno o più beni dell’eredità non dà luogo a nullità della divisione, ma soltanto a un supplemento della divisione stessa.
Ciò considerato, il negozio di divisione appare come un atto dichiarativo con efficacia retroattiva, in quanto mira ad individuare i beni costituenti la quota che tali rientravano dall’inizio.
Qualora invece non sia possibile addivenire ad un accordo l’unica alternativa consisterà nel promuovere un giudizio finalizzato alla suddivisione.
A tal riguardo, il secondo rimedio approntato dall’ordinamento consiste nella divisione giudiziale prevista dagli artt. 713 e ss. del c.c., che trova naturale epilogo nella deliberazione ed attuazione della ripartizione in capo all’autorità giudiziaria, allorquando, venga a mancare l’unanimità dei consensi e uno o più coeredi abbiano promosso un’azione giudiziaria di divisione.
Come ribadito costantemente dalla giurisprudenza di legittimità il giudizio di divisione ereditaria, pur presentando molteplici fasi per la risoluzione delle controversie che potenzialmente sorgono fra i condividenti, mantiene un carattere unitario e deve, quindi, considerarsi un processo unico avente ad oggetto l’accertamento sul diritto di ciascun coerede ad una quota ideale dell’asse ereditario e la sua trasformazione in un diritto di proprietà esclusiva su una corrispondente porzione di beni (Cass. Civ. Sez. II, 04 marzo 2011, n. 5266 “Nel giudizio di divisione della cosa comune, il risultato finale – della trasformazione dei diritti “pro quota” dei singoli partecipanti in altrettanti diritti individuali di proprietà esclusiva su concrete e determinate porzioni di beni comuni – si attua attraverso tre fasi fondamentali: la fase della c.d. assificazione, quella della  formazione delle quote e quella della attribuzione. Tale sequenza ha carattere progressivo per cui non possono i condividenti chiedere direttamente l’attribuzione senza che il giudice abbia previamente disposto il  progetto di formazione delle quote ed abbia precisato le modalità della divisione, dando disposizioni in merito all’estrazione a sorte dei lotti. Ne consegue che, ove al progetto divisionale non siano state sollevate contestazioni ed esso sia, conseguentemente, divenuto esecutivo, il giudice deve provvedere, con ordinanza non impugnabile, all’attuazione di tale progetto e dare disposizioni in merito all’estrazione a sorte dei lotti. (Nella specie, la S.C. ha cassato la pronuncia di secondo grado che aveva ritenuto corretto il differimento delle operazioni divisionali, deciso dal giudice di primo grado, al passaggio in giudicato della pronuncia che doveva risolvere altre questioni dibattute dai condividenti, laddove, invece, la Corte di merito avrebbe dovuto procedere all’estrazione a sorte dei lotti, come richiesto nell’atto di gravame, non avendo il Tribunale svolto tale attività). (Cassa con rinvio, App. Trento, 06/05/2004)”).
Pertanto, finché tali scopi non siano stati integralmente raggiunti, le eventuali sentenze che concludono le singole fasi hanno mero carattere strumentale e non possono considerarsi definitive rispetto al giudizio nel suo complesso stante il carattere di pronunce non irrevocabili, suscettibili di riserva di gravame, ex art. 340 c.p.c. (Cass. Civ. Sez. II, 7 marzo 2007, sent. n. 5203 “Nel giudizio di divisione ereditaria, costituisce sentenza definitiva soltanto quella che scioglie la comunione rispetto a tutti i beni che ne facevano parte, mentre le eventuali sentenze che concludono le singole fasi del procedimento hanno carattere strumentale e natura di sentenza non definitiva e sono, come tali, suscettibili di riserva di gravame, ai sensi dell’art. 340 c.p.c. (Rigetta, Trib. Latina, 17 Maggio 2004)”).
La legittimazione all’azione è attiva e passiva nello stesso tempo, in quanto la titolarità di richiedere lo scioglimento della comunione e l’onere di parteciparvi, se altro coerede abbia presentato tale esigenza (si tratta a ben vedere di un caso di litisconsorzio necessario ex art. 102 c.p.c.), risiede in capo a ciascuno dei coeredi
Ed invero, come affermato in giurisprudenza, la disposizione dell’art. 784 c. p. c., secondo la quale, la divisione ereditaria deve essere proposta nei confronti di tutti gli eredi al momento della proposizione della domanda, va coordinata al disposto del medesimo articolo, secondo cui, nell’ipotesi di comunione ordinaria, la domanda dovrà essere proposta nei confronti di tutti i condomini (Cass. Civ. Sez. II, 26 aprile 1993, n. 4891 “Il giudizio di divisione ereditaria deve svolgersi necessariamente, a norma dell’art. 784 c.p.c., nei confronti di tutti coloro che partecipano alla comunione al momento della proposizione della domanda, mentre non ricorre la necessità di integrare il contraddittorio nei confronti dell’acquirente di uno dei beni controversi in pendenza di giudizio, non operando il trasferimento a titolo particolare del diritto controverso alcun effetto sul rapporto processuale (art. 111 c.p.c.); pertanto, l’acquirente di un bene ereditario che si sia costituito in giudizio a seguito di chiamata iussu iudicis, sull’erroneo presupposto della necessaria estensibilità del litisconsorzio nei suoi confronti, riveste una posizione processuale analoga a quella dell’interveniente volontario, al quale non è dato opporre alcunché circa la validità e l’efficacia delle prove ritualmente ammesse ed espletate prima del suo intervento”; si veda anche Cass. Civ. Sez. II, 15/07/2005, n. 15086 “In tema di litisconsorzio necessario ed in ipotesi di giudizio di divisione ereditaria, la parte che eccepisce la non integrità del contraddittorio, a causa della mancata partecipazione al giudizio di un coerede, non può limitarsi ad assumere genericamente l’esistenza di litisconsorti pretermessi, ma ha l’onere di indicare le persone degli altri eredi, oltre quelli che, in tale qualità, abbiano ritualmente partecipato alle pregresse fasi del giudizio e di specificare le ragioni di fatto e di diritto della necessità di integrazione, le quali non debbono apparire “prima facie” pretestuose”).
Da ciò deriva che, elemento caratterizzante ai fini del litisconsorzio è la partecipazione attuale alla comunione (contitolarità dei diritti comuni): pertanto, nell’ipotesi di cessione di quota ereditaria, litisconsorti necessari nel giudizio di divisione saranno i cessionari della stessa e non gli eredi cedenti.
In merito, al radicamento del giudiziodi divisione, occorre precisare che il criterio generale risiede nel disposto dell’art. 22 c.p.c._
Tale norma sancisce, per le cause ereditarie di divisione, la competenza del Giudice del luogo ove è stata aperta la successione (ossia nell’ultimo domicilio del defunto ai sensi dell’art. 456 c.c.) nel caso in cui quest’ultima sia stata aperta fuori della Repubblica italiana; diversamente, verrà applicato il criterio di cui  all’art 23 c.p.c. relativo all’individuazione del foro per le cause fra soci o fra condomini.
In tal caso, la competenza territoriale sarà in capo al Giudice del luogo ove si trovano i beni comuni o la maggior parte di essi.
La fase successiva consiste, ex art. 724 c.c., nella formazione della massa ereditaria per il tramite di un’eventuale attività istruttoria nel rispetto dei termini di cui all’art. 183 c.p.c._
Proseguendo nell’iter processuale ed in ossequio all’art. 726 c.c., sarà necessario acquisire la stima dei beni che costituiscono la massa ereditaria; tale fase normalmente è attuata dal giudice con l’ausilio di un consulente tecnico all’uopo nominato.
Tale perizia è, ai sensi dell’art. 726 c.c. ed in conformità all’orientamento giurisprudenziale, finalizzata alla formazione delle quote nella divisione ereditaria, dovrà riferirsi allo stato e valore venale al tempo della divisione stessa, ovvero, al momento di presentazione della relativa domanda, senza tenere conto degli incrementi o decrementi di detto valore, dipesi o meno da rivalutazioni di mercato, ovvero dall’attività di singoli coeredi, fermo il diritto dello stesso di pretendere, quale mandatario o utile gestore degli altri compartecipi alla comunione ereditaria, il rimborso delle spese eseguite per la cosa comune e la loro ripartizione al momento della attribuzione delle quote, secondo il principio nominalistico (Corte App. Potenza, 9 maggio 2008,  “Nella divisione dei beni ereditari la  stima dei  beni, ovvero del prezzo e dello stato dei medesimi, si compie avuto riguardo al tempo della divisione, intendendosi per tale momento, secondo la lettera di cui all’art. 766 c.c., il periodo temporale in cui si procede alle relative operazioni (nella specie non può condividersi l’operazione di stima effettuata dalla parte, secondo la quale, sebbene la quota ereditaria debba essere computata in relazione ai prezzi vigenti sul libero mercato fondiario all’atto della divisione, la stessa deve essere aggiornata, quanto a qualità colturale e scala di produttività dei singoli apprezzamenti di terreno facenti parte della massa dividenda, allo stato attuale)”) .
Si sottolinea che può assumere rilievo, anche, la stima effettuata in data non troppo prossima a quella della decisione, ma previo accertamento, che, per la stasi del mercato o per le caratteristiche del bene, non sia intervenuto un mutamento di valore che renda necessario l’adeguamento di quello stabilito al tempo della stima, costituendo onere della parte, che solleciti la rivalutazione, allegare ragioni di significativo mutamento del valore dei beni intervenuto “medio tempore”.
Assolto tale onere si passerà alla formazione del progetto di divisione ex art. 789 c.p.c..
Ed invero, come affermato in giurisprudenza, nella divisione della cosa comune, il risultato finale, della trasformazione dei diritti pro-quota dei singoli partecipanti in altrettanti diritti individuali di proprietà esclusiva su determinate porzioni concrete di beni comuni, è attuato attraverso le tre fasi fondamentali della cosiddetta “assificazione”, ossia alla formazione delle quote ed attribuzione (Cass. Civ. Sez. II, 09 ottobre 1975, n. 3200, “Il procedimento a formazione successiva, previsto dall’art. 789 c.p.c. e consistente nella predisposizione di un progetto divisionale, nel suo deposito in cancelleria, nella sua discussione e nell’assenza di contestazioni, non può ritenersi paralizzato da una contestazione avente un diverso contenuto e una diversa finalità, la quale, pertanto, non preclude l’esercizio del potere (proprio del G.I.) di dichiarare l’esecutività del progetto divisionale, su quanto non contestato e, pertanto, accettato dai condividenti. (Nella specie, le contestazioni riguardavano la validità della vocazione ereditaria legittima, posta a fondamento del diritto degli istanti in sede di divisione, e si sostanziavano nella deduzione di una vocazione testamentaria)”).
Tale sequenza ha carattere progressivo e pertanto i condividenti non potranno, una volta individuati i beni compresi nell’asse, chiederne direttamente l’attribuzione, senza che il giudice abbia previamente disposto il progetto di formazione delle quote (anche eventualmente approvando un precedente piano di riparto approntato dal consulente tecnico).
Ed invero, in caso di beni immobili indivisibili, questi dovranno preferibilmente essere compresi per intero, con addebito dell’eccedenza, nella porzione di uno dei coeredi aventi diritto alla quota maggiore o nelle quote di più coeredi se questi lo richiedano, altrimenti verrà disposta la vendita all’incanto, per poi procedere ai conti e alla formazione dello stato attivo e passivo dell’eredità e alla determinazione delle porzioni ereditarie e dei conguagli o rimborsi fra i condividenti medesimi ex art. 723 c.c._
Ai sensi degli artt. 726 e ss. c.c. eseguita la stima si dovrà procedere alla formazione di tante porzioni quanti sono gli eredi in proporzione delle quote.
Come affermato anche dalla giurisprudenza, tali porzioni comprenderanno una quantità di beni mobili, immobili e crediti di eguale natura e qualità con la possibilità di pareggiare, eventuali disuguaglianze delle quote, con equivalenti in denaro (rectius: “conguagli”), (Cass. Civ. Sez. II, 03 maggio 2010, n. 10624, “In tema di divisione giudiziale immobiliare, il debito da conguaglio che grava sul condividente assegnatario di un immobile non facilmente divisibile ha natura di debito di valore, da rivalutarsi, anche d’ufficio, se e nei limiti in cui l’eventuale svalutazione si sia tradotta in una lievitazione del prezzo di mercato del bene tale da comportare una chiara sproporzione nel valore delle quote di cui sono titolari i condividenti; l’esistenza di poteri officiosi del giudice, peraltro, non esclude che la parte sia comunque tenuta ad allegare l’avvenuta verificazione di tale evento, posto che la rivalutazione non può avvenire tramite criteri automatici. (Rigetta, App. Venezia, 20/05/2004)”; e ancora Cass. civ. Sez. II, 03/05/2010, n. 10624 “In tema di divisione giudiziale immobiliare, il debito da conguaglio che grava sul condividente assegnatario di un immobile non facilmente divisibile ha natura di debito di valore, da rivalutarsi, anche d’ufficio, se e nei limiti in cui l’eventuale svalutazione si sia tradotta in una lievitazione del prezzo di mercato del bene tale da comportare una chiara sproporzione nel valore delle quote di cui sono titolari i condividenti; l’esistenza di poteri officiosi del giudice, peraltro, non esclude che la parte sia comunque tenuta ad allegare l’avvenuta verificazione di tale evento, posto che la rivalutazione non può avvenire tramite criteri automatici. (Rigetta App. Venezia, 20/05/2004)”).
Tale progetto, depositato in cancelleria dal Giudice, verrà discusso dai condividenti, in un’apposita udienza fissata con decreto.
In linea anche con l’orientamento della Suprema Corte ritiene, al termine di tali operazioni e se non sorgono contestazioni, il Giudice finalmente potrà disporre con ordinanza gli incombenti necessari per l’assegnazione o l’attribuzione delle porzioni (Cass. Civ. Sez. II, 11 ottobre 2010, n. 242, “Nel procedimento per lo scioglimento di una comunione, non occorre una formale osservanza delle disposizioni previste dall’art. 789 c.p.c. – ovvero la predisposizione di un progetto di divisione da parte del giudice istruttore, il suo deposito in cancelleria e la fissazione dell’udienza di discussione dello stesso – essendo sufficiente che il medesimo giudice istruttore faccia proprio, sia pure implicitamente, il progetto approntato e depositato dal C.T.U., così come non è necessaria la fissazione dell’apposita udienza di discussione del progetto quando le parti abbiano già escluso, con il loro comportamento processuale (nella specie, richiedendo concordemente di differire la causa all’udienza di precisazione delle conclusioni), la possibilità di una chiusura del procedimento mediante accettazione consensuale della proposta divisione, in tal modo giustificandosi la diretta rimessione del giudizio alla fase decisoria. (Rigetta, App. L’Aquila, 04/11/2004)”; o ancora, Cass. civ. Sez. II, 28 ottobre 2002, n. 15163, “Nel procedimento di scioglimento della comunione, non è consentito al giudice istruttore procedere all’estrazione dei lotti sino a quando le contestazioni al progetto di divisione, da lui predisposto, non siano state definitivamente risolte con sentenza passata in giudicato”).

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